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LE TRADIZIONI E LA SUA EREDITA'
Tutte le società ad economia
agro-pastorale sono culturalmente conservatrici, la Sardegna, sotto
quest’aspetto, costituisce uno degli esempi più eloquenti. Questo
fenomeno si ripete all’interno dell’ isola, dove le regioni centrali
sono quelle che maggiormente mantengono aspetti di conservazione.
Questo atteggiamento, fino a pochi decenni fa integralmente, si
estrinsecava in una forma mentis e in un genius locis che tenevano
ancora in vita consuetudini e riti vere reliquie di un mondo altrove
scomparso. Questo spirito di conservazione dava modo di manifestarsi
in tutti gli aspetti della vita comunitaria. La scansione del tempo,
ad esempio, non sempre seguiva le tappe del calendario ufficiale col
quale quello agrario non coincideva mai, mentre spesso si trovavano
delle concordanze tra quest’ultimo e quello religioso.
Lo spirito di conservazione, di cui una parte permane ancora oggi,
si manifestava perfino nel dialogare, strutturato sempre secondo un
preciso schema retorico. La conversazione si apriva sempre con un
invito all’ascolto, seguiva il porre paragoni istruttivi, aforismi,
per concludere con sentenze e moniti. Il discorrere si svolgeva cioè
secondo modi quasi fissi, perché nulla deve essere affidato al caso:
l’esperienza era legge.
Una questione sempre cara ai sardi dell’interno è stata quella
dell’“onore”. Con esso si intende il rispetto delle leggi della
comunità, quelle tramandate di padre in figlio, “sas
usantzias”. Un detto premiante di significato ammonisce:
“su chi si usat non s’iscusat”,
“ciò che si usa non si scusa” (letterale), nel senso che ciò che
rientra negli usi della comunità non ha mai la necessità di essere
diversamente giustificato.
La civiltà dei sardi dell’interno, pienamente integra fino a pochi
decenni fa, a Nule più che altrove ha lasciato degli affreschi
straordinariamente vivi ancora oggi: dal ballo sardo a su cantu a
tenore, senza dimenticare l’universo agro-alimentare e quello
dell’artigianato tessile.
Il ballo sardo
È impossibile indicare una data d’origine ai balli popolari
sardi, anche perché al riguardo non esistono testimonianze. Certo è
che risalgono a tempi immemorabili, ed inizialmente gli si
attribuiva un significato magico. Molti di essi, infatti, sono, allo
stesso tempo, ritmiche cantilene malinconiche e riti orgiastici. I
più antichi sono, senza dubbio, quelli “in tondo”: essi vi formano
attorno una catena circolare, in evidente connessione, appunto, al
culto pagano del fuoco che, peraltro, ancora oggi trova modo di
manifestarsi nelle ricorrenze in cui si accendono i falò, in
particolare il 16 gennaio, vigilia di Sant’Antonio abate. Non a
caso, questo è definito Sant’Antoni de su fogu.
Lo studioso Giovanni Lilliu vede nel ballo “una vera orgia
mimico-musicale propiziatrice d’amore”, abbastanza vicina ad una
danza rituale magico-erotico-sessuale. Per Padre Bresciani, invece,
il ballo tondo sarebbe una reminiscenza del culto di Adone: vi si
può notare, egli sostiene, il pianto delle feste Adonie e la
disperazione delle donne sul corpo del giovane (che nel ballo sta al
centro della catena) ucciso dal cinghiale e resuscitato per
l’intervento di Proserpina. Alla base di tutto, comunque, sembra
esserci il culto fallico fecondatore, che si rivela in molte usanze
della Sardegna.
Per la maggior parte degli studiosi il ballo sardo è di origine
greca: “Le danze greche, cristianizzate dalla Chiesa ortodossa,
divennero una cerimonia speciale del culto; si mantenne vivo a lungo
in tutti quei paesi che facevano parte dell’Impero bizantino”.
In linea di massima, i balli sardi possono essere suddivisi in due
tipi: rituali ed erotici. Le differenze fra gli uni e gli altri sono
assai evidenti. I balli rituali si basano soprattutto sul cerchio
che ruota, una figura presente sia nelle danze del mondo contadino
sia in quelle del mondo pastorale. Il passo è uguale per uomini e
donne, per quanto non sia obbligatoria la differenza di sesso per
formare la coppia. A distinguere i balli erotici è, innanzi tutto,
il fatto che si effettuino in coppia uomo-donna ed in catene di
coppie. Talvolta l’uomo può ballare con due o più donne. Il passo
varia sia fra ballerini di diverso sesso, sia fra le due aree
culturali. Fondamentalmente, il ballerino esegue il passo più
complicato ed appariscente, mentre la donna lo accompagna con un
passo più facile. Il ballo erotico del mondo contadino prevede,
inoltre, passi brevi ed intricati; intrecciati e strisciati da parte
degli uomini, quasi scaturissero da una volontà di esibizionismo. Lo
stesso ballo nel mondo pastorale si esplica con un passo saltellato
e rivolgendo particolare attenzione alla coreografia. In tutti i
casi, rompere la catena dei ballerini è considerata un’offesa tale
che anticamente poteva essere punita con la morte.
Il ballo più diffuso nell’isola è su ballu
tundu (il ballo tondo) o
duru-duru, certo il più semplice, imperniato su un
cerchio che si scompone ma al quale si torna inevitabilmente, dopo
ogni variazione coreografica. Questo potrebbe esser considerato il
ballo sardo per antonomasia (non a caso viene chiamato anche ballu
sardu), sia perché sembra che, in tutta l’area mediterranea, venga
praticato solo in Sardegna, sia perché in esso il profano tende ad
identificare tutti i balli dell’isola.
Da molte parti si balla su passu torràu
(il passo che ritorna), detto anche ballu
sèriu (ballo serio), una danza imponente, caratterizzata
da un passo che si ripete e si conclude con una genuflessione. Le
figure, però, variano leggermente da un paese all’altro.
Sin dai tempi antichi il ballo sardo si eseguiva per svariati
motivi, spesso per riti propiziatori, quali avere una buona semina e
quindi un buon raccolto, e così via.
Il ballo sardo veniva eseguito anche come momento di svago e di
aggregazione sociale. Il ballo, in linea di massima, si svolgeva
nelle piazze a ridosso del sagrato delle chiese. Ogni zona della
sardegna ha un suo modo di eseguire il ballo, con suoni, passi e
movenze diverse.
A Nule il ballo principale è passu torràu
che si ballava nelle principali ricorrenze come il matrimonio, la
mietitura e la tosatura.
Il cerchio rappresenta il mondo comunitario, la suo unione, i suoi
momenti di apertura/chiusura.
In tutti i paesi si ballava il “ballo di corteggiamento"; infatti, è
in questo ballo che il ballerino dimostra alla sua donna la propria
abilità e vitalità movendo in modo frenetico le gambe e tenendo
eretto il busto. Era anche l'unica occasione in cui il ballerino
potesse scegliere la propria ballerina, visto che era un ballo di
coppia.
Su Cantu a Tenore
Il canto a tenore è l'espressione etnico-musicale più arcaica
della Sardegna centrale ed è la prova dell'esistenza della pratica
polifonica in tempi remotissimi. E' realizzato da quattro cantori
chiamati Bassu (basso),
Contra (contralto),
Mesu oche (mezza voce),
Oche (voce), disposti in
cerchio, riproponendo la forma architettonica della antica civiltà
sarda, quella nuragica. Ci troviamo di fronte a un modo di cantare
molto particolare soprattutto come emissione vocale, quindi molto
interessante dal punto di vista timbrico. Delle quattro voci due
sono gutturali : su bassu
(basso) e sa contra (contralto).
Esse caratterizzano in maniera peculiare il canto a tenore.
Su bassu con un suono grave e
profondo e un caratteristico vibrato mantiene la stessa tonalità
della voce solista ,ovvero la fondamentale della triade su cui si
accorda la polifonia del tenore; una quinta sopra si trova la
contra che si caratterizza per
un suono più lineare, metallico e meno vibrato.
Contra e
bassu procedono in parallelo nella scansione delle
sillabe nonsens (bim bam boo) senza che l'una o l'altra voce cambi
nota prima del cenno della voce solista. La
mesu oche che arricchisce il canto con abbellimenti,
fioriture e con le tipiche “giradas”
(virtuosismi vocali) si integra con le due voci gutturali
costituendo con queste un originale accompagnamento armonico (detto
su tenore) per a voce solista
che guida il tenore intonando e cadenzando il canto in modo quasi
esclusivamente sillabico. Quest'ultima può fermarsi e aspettare la
risposta del tenore nei canti isterrita
e muttos oppure continuare e
fondersi insieme al coro nei rimanenti canti.
E ' difficile stabilire le origini del canto a tenore che secondo
alcuni risalirebbero addirittura a circa 4000 anni fa. La natura del
canto sembrerebbe strettamente radicata nella vita pastorale ,nella
solitudine in campagna a stretto contatto con il bestiame e con la
natura. Sono proprio gli animali e la natura i più probabili
ispiratori delle voci. E' probabile che la
contra nasca dall'imitazione del verso della pecora,
su bassu da quello della mucca e la
mesu oche dall'imitazione del suono del vento.
Nule è uno dei paesi dell’interno in cui si pratica il canto a
tenore.
Spiegare cosa è il "Canto a Tenore",
quindi non è sicuramente un compito agevole, se l'interlocutore non
ha conoscenze specifiche sull'argomento in questione. Subordinato
alla poesia estemporanea, di cui è sempre stato fedele
accompagnatore, non ha mai ottenuto dagli studiosi di tradizioni
popolari una giusta valutazione. Gli è stato riconosciuto solo il
ruolo di "accompagnatore musicale".
Eppure se ancora oggi si volesse persistere sulla semplice funzione
musicale de su Tenore non si
sentirebbe l'esigenza di intraprendere sempre più ricerche da parte
di diversi studiosi e non ci sarebbero sempre più attenzioni da
parte del mondo mass-mediatico. Ricerche che in genere nascono da
profonda passione personale per questa forma di canto e, in eguale
misura, per la poesia, non trascurando il codice che accomuna le due
componenti.
Il Canto a Tenore è diffuso in una delle terre più ricche di
tradizioni del Mediterraneo. Tale ricchezza ha origine negli
avvenimenti storici che hanno caratterizzato il suo popolo e per la
conformazione geografica che ha determinato delle scelte economiche
durate fino ai giorni nostri e che costituiscono il motivo
dell'adozione di conseguenti sistemi di aggregazione sociale. La
parte interna e centrale della Sardegna è attraversata da un insieme
di catene montuose, non elevate, alternate da strette vallate nelle
quali l'uomo, che arrivò circa seimila anni fa, sviluppò la
pastorizia come attività primaria se non unica e la sola attività
industriale consisteva da sempre nella trasformazione del latte
alimento base assieme a pochi farinacei. La vita della famiglia
guidata dalla donna si svolgeva con ritmi millenari all'interno del
piccolo villaggio mentre la vita dell'uomo si svolgeva tutta dietro
il bestiame, lontano dalla famiglia spesso per molti mesi, in
perfetta simbiosi con un ecosistema che è stato mantenuto intatto
fino a oggi. l'isolamento dei pascoli in lunghi periodi di
lontananza dalla famiglia e dal villaggio ha contribuito a un
formidabile sviluppo dello spirito comunitario dei sardi.
Il Canto a Tenore per poter aver
luogo richiede necessariamente quattro elementi: Voce, Basso, Contra,
Mezza-voce. Rappresenta quindi un importante momento di
aggregazione. Se in principio i componenti del gruppo erano
prevalentemente pastori, oggi con l'evolversi naturale dei tempi
appartengono ai più svariati ambienti culturali e sociali. Oggi come
in origine, non è solo il desiderio di cantare che crea il gruppo,
ma la voglia di ritrovarsi, di chiacchierare, di discutere, di stare
insieme... di socializzare. Nel Canto a
Tenore i temi religiosi e arcadici dei poeti del
Settecento e dell'Ottocento sono oggi affiancati in modo
preponderante dalla cruda realtà quotidiana, con la politica, le
lotte, la disoccupazione, l'emigrazione e ancora... l'amore. Le
feste patronali pubbliche e private prevedono sempre nella loro
organizzazione l'immancabile presenza de su
Tenore. Ma se il folklore richiede la puntuale
partecipazione di questo canto ad ogni sua manifestazione, la realtà
quotidiana ne pregiudica fortemente e pericolosamente il futuro. La
radio e la televisione, strumenti della comunicazione di massa,
hanno modificato sensibilmente gli usi e costumi della gente.
Infatti la loro presenza in tutte le case italiane ha
inevitabilmente cancellato l'abitudine all'incontro frequente fra
amici. Inoltre non si può non sottolineare che tali mezzi di
comunicazione dedicano spazi qualitativamente e quantitativamente
esigui alle manifestazioni culturali peculiari ad ogni regione. Il
bar, centro essenziale attorno a cui gravitava la componente
maschile di un paese, è sempre stato fino a poco tempo fa il
naturale punto di ritrovo del Tenore.
Da un po’ di tempo, invece, il Tenore
si forma sempre più solo nelle cantine private tra amici dove,
seppure viene mantenuto intatto l'affiatamento tra i partecipanti,
manca l'impulso rigenerante di verifica e confronto con l'esterno.
Nonostante i problemi e le pressioni a cui è sottoposto, il
Tenore si realizza sempre nel
suo ambiente, nel suo paese, fra la sua gente. Protetto nel suo
guscio, il gruppo continua a produrre nel modo di comunicare
conosciuto da sempre. Il registro formale quotidiano lascia il posto
al linguaggio diretto, canzonatorio, a volte bonariamente scurrile.
In quel momento non solo il Tenore
ma tutti i presenti dimenticano la solitudine dei pascoli,
l'automazione delle fabbriche, la monotonia e la sterilità degli
uffici.
Il Canto a
Tenore si iscrive, e sicuramente ai primi posti, nel
canto polifonico, forma primordiale di creazione musicale.
Forme molto vicine al Canto a Tenore
di Sardegna si trovano nel Marocco spagnolo (ahìdous del Medio
Atlante) e in Nepal. Esistono in questi due paesi forme di polifonia
vocale con componenti gutturali mobili in Marocco e fisse in Nepal
ed in entrambi i casi si tratta di accompagnamento corale con fonemi
non-sens a certi messaggi poetici. Particolari somiglianze, almeno
con una parte del repertorio, si hanno infine, tra il
Canto a Tenore e la Paghjella
(quattro voci per canto a Gozos in cui la voce solista si stacca dal
coro sfasando di una sillaba) della Corsica che si avvicina,
peraltro, più al canto gregoriano nel quale già rientra la polifonia
dei cori di Aggius (area linguistica gallurese) e del Montiferru.
Su Cantu a chiterra
Il canto solistico accompagnato dalla chitarra, e in tempi
recenti anche dalla fisarmonica, ha come area di elezione il
Logudoro. Fino agli anni 60 su cantu a
chiterra era praticato in molte occasioni festive e di
aggregazione sociale; soprattutto durante le feste patronali in
tutti i paesi logudoresi non doveva mancare una serata dedicata a
questo genere di canto. Per l'occasione venivano, e vengono ancora
oggi ingaggiati due o tre cantori (cantadores)
professionisti capaci di produrre un repertorio abbastanza vasto.
Il cantatore deve possedere un timbro vocale tenorile o baritonale
con tessitura acuta; deve essere inoltre capace di passare al
falsetto e di elaborare fioriture virtuosistiche. Le forme di canto
logudorese consolidate dalla tradizione sono: il
Canto in re, il
Mutu, la
Nugoresa, la Corsicana,
la Tempiesina, il
Mi-la, il
Si bemolle, il Fa diesise
e la Disispirada.
Gli strumenti musicali con cui si accompagna il ballo……
L’organetto
Inventato nel 1829 a Vienna da C. Demian, l'Organetto ha avuto
inizialmente una rapida diffusione nel mondo della borghesia delle
grandi città europee, per poi passare nelle campagne, dove ha
sostituito, nella funzione e nel suo uso, gli strumenti più arcaici.
Le ragioni di questo successo sono evidenti nelle caratteristiche
dello strumento, di forte impatto sonoro, grande maneggevolezza,
assenza di manutenzione, relativa facilità di esecuzione,
possibilità di eseguire contemporaneamente melodia e accompagnamento
(in contrasto con la fragilità e le continue accordature che
Zampogne e Launeddas richiedono).
Il suo arrivo nelle campagne ha permesso la sopravvivenza di un
repertorio tradizionale minato dalla progressiva scomparsa degli
strumenti musicali già descritti, portando però allo stesso tempo
una trasformazione del sistema musicale popolare (perdita del
bordone, livellazione degli intervalli, ecc.) e introducendo tutta
una serie di nuovi balli di importazione allora molto in voga
(polche, mazurche e valzer).
A seconda delle varie zone di diffusione, si è sviluppata una grande
varietà di tecniche esecutive, tutte funzionali alla riproducibilità
di un repertorio preesistente nonché all'imitazione degli strumenti
che l'Organetto è andato via via sostituendo
Nel corso degli anni, la sua struttura "Bitonica e diatonica” è
stata progressivamente sostituita da quella "Unitonica / cromatica"
della Fisarmonica, ma l'Organetto rimane tuttavia ancora fortemente
radicato in quelle zone dove sopravvive la tradizione degli antichi
balli etnici.
La fisarmonica
La fisarmonica è uno strumento “a mantice” simile all'organetto,
dotato di due tastiere, una per la melodia e l'altra per
l'accompagnamento. La tastiera della melodia è di solito simile a
quella del pianoforte, con tasti bianchi e neri, ma con un'
estensione tonale minore, mentre quella per l'accompagnamento è
formata da cinque file di bottoni che danno i bassi e gli accordi. A
differenza dell'organetto, la fisarmonica emette un suono solo per
ogni tasto, sia in apertura che in chiusura del mantice. Esistono
anche fisarmoniche semidiatoniche, che hanno i bottoni al posto dei
tasti nella tastiera per la melodia, e sono a doppia intonazione
come l'organetto
La fisarmonica fu introdotta nell'isola nei primi anni del 1900 e si
è diffuso il suo utilizzo nell'accompagnamento dei balli
tradizionali.
La poesia estemporanea
La poesia in Sardegna ha grandi tradizioni e, specie quella in
limba, ebbe già un periodo
felice per diffusione e produzione nel Settecento (vincolata e
legata agli schemi dell'Arcadia) e nell'Ottocento con una
caratterizzazione più autonoma.
Grande affetto popolare è stato sempre riservato e riconosciuto ai
poeti improvvisatori, custodi di una cultura orale che ha tenuto
vivo - con prezioso e costante contributo - un immenso patrimonio di
lingua e cultura. L'opera degli estemporanei è varia
nell'espressione, nei contenuti e nelle forme; una produzione
(lirica, satirica, epico-narrativa, umoristica, religiosa, politica
e sociale) che fiorisce spontanea come alimentata da sorgenti
misteriose e ancestrali. Nelle gare pubbliche è
s'otada logudoresa (versi
endecasillabi, di cui i sei iniziali a rima alternata e i due finali
a rima baciata) a focalizzare interesse e passione per una
tradizione poetica che si richiama ad Omero e forse direttamente a
Tigellio, cantore e poeta sardo stimato nell'antica Roma Imperiale,
ricordato più volte negli scritti di Cicerone e Orazio.
Il decano degli improvvisatori è il poeta di Bonorva Tziu Peppe Sozu
(tra i grandi della tradizione logudorese non si può non ricordare
Gavinu Contini, Antoni Cubeddu e Remundu Piras), a cui fanno corona
e risaltano, per attività e consensi, i nomi di Brunu Agus (Gairo),
Zuannantoni Carta (Illorai), Mariu Masala (Silanus), Antoni Pazzola
(Sennori) e Bernardu Zizi (Onifai). Nel ventennio fascista gli
estemporanei de s'otada subirono una pesante censura per il
carattere di coscienza critica e di denuncia che potevano
rappresentare e manifestare. |
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